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Fede Berti - Labyrinthos, labrys, Labraunda

Fede Berti - Labyrinthos, labrys, Labraunda

LABYRINTHOS, LABRYS, LABRAUNDA

Fede Berti

<< In cammino per labirinti e giardini

 

L’isola di Creta e la Caria sulle coste dell’Asia Minore, sono due tra i territori nei quali un radicale pre-indoeuropeo (presente dalla Grecia, a Cipro, all’Armenia) porta a storie parallele e diverse ma profondamente legate l’una all’altra.

Il radicale da/la sta alla base del concetto di pietra tagliata, taglio nella roccia, cava, miniera, grotta, andito, caverna, montagna, etc.: ne derivano sia Labirinto, sia Labraunda.
Ma, a seconda che il Labirinto si esamini in relazione agli scavi di Cnosso, all’archeologia orientale o alla etimologia della parola, le risposte al quesito che esso pone non sono univoche.
Il Labirinto sarebbe il palazzo dell’ascia poiché nell’ambiente più ellenizzato dell’Asia Minore la bipenne è chiamata labrys e il termine avrebbe un significato strettamente topografico.
Oppure sarebbe il palazzo della divinità. La signora del labirinto domina su un luogo chiamato Labirinto che le è consacrato dai tempi più remoti indipendentemente dalla doppia ascia. Questo luogo è costituito da antri nei quali una tradizione più recente pone il Minotauro. Teseo uccide il mostro e con ciò cancella il labirinto dove esso abita.
In effetti, le testimonianze sul mito divengono più precise e abbondanti a misura che i particolari della saga fissano nell’immaginario collettivo.
Il concetto del Labirinto come percorso inestricabile è di Platone, soltanto una fonte tarda (Callimaco) vi pone l’uccisione del Minotauro, il Labirinto nella sua accezione architettonica di edificio interamente costruito appare in età romana (Plinio e Strabone). Omero ed Esiodo non lo conoscono. Erodoto visita in Egitto il palazzo-tomba di un faraone della XII dinastia (Amenemath III), lo descrive come un dedalo inestricabile per chiunque non avesse una guida e lo chiama Labirinto, ma non accenna al fatto che a Creta ce ne fosse stato uno.

La conoscenza dei fasti della civiltà cretese grazie alle scoperte di Evans (1901) a Cnosso ha alimentato alcune delle molte ipotesi alle quali si è accennato.
Poi, la decifrazione della scrittura lineare B da parte di Ventris ha portato a riconoscere la stessa parola in da-po-ri-to-jo e in labyrinthos e sopra una tavoletta di Cnosso si è letto “(offro) un vaso di miele a tutti gli dei e un vaso di miele alla signora del labirinto”.

Labirinto non deriva da labrys (bipenne), trovando anch’essa in da/la la propria radice, eppure questa ha un ruolo importante nelle espressioni figurative del mondo minoico-miceneo. Che cosa simboleggiava?
Su un anello-sigillo d’oro da Micene è posta in alto, accanto alla dea con 3 papaveri in mano che siede sotto l’albero sacro.
Le bipenni sul sarcofago dipinto di Hagia Triada sono gialle, d’oro o di lucido bronzo. Svettano sopra colonne e vi posano sopra uccelli, anch’essi simboli della divinità. Hanno lame doppie, come quelle dell’anello. Davanti alle colonne e alle bipenni si svolge una cerimonia di libagione che accompagnerà anche il sacrificio del vitello. 
In entrambi i casi, nella doppia ascia si riconosce il simbolo della potnia theron, della dea il cui potere si estende sul mondo dei vivi e dei morti. La bipenne rappresenta la forza divina (ctonia o celeste) ed è presente nelle cripte, su pilastri, accanto a idoli femminili e a serpenti ctoni, in cerimonie funerarie, etc. Tuttavia, per cretesi e micenei, la doppia ascia è la pelekus, non la labrys.

Labrys, secondo Plutarco, è nome lydio-cario. Quale significato le si darà, oltre a ritenerla il relitto di una società matriarcale come vuole il racconto che la fa risalire alla Amazzonomachia di Herakles?
Se nel santuario di Labraunda Zeus non porta lo scettro o il fulmine ma la doppia ascia, ciò deriva dal fatto che la labrys (così chiamata dai Lydi), presa da Herakles alla regina delle Amazzoni e da lui data a Omphale quale insegna regale, passa poi da Gyges ad Arselis che la porta a Mylasa con altre spoglie di guerra. Arselis fa una statua di Zeus e gli mette in mano la labrys. Il dio si chiamò Labrandeus, e Labraunda il suo veneratissimo santuario posto lontano dalla capitale, sulle pendici del Latmos, dove straordinarie sono le pitture in grotta risalenti al medio Calcolitico.
Labraunda in Caria designerebbe quindi il luogo in cui risiede/dimora la labrys, simbolo della regalità. A differenza di quanto avviene nel mondo al femminile di Creta, tuttavia, il dio di Labraunda è uno Zeus  indigeno che discende dall’ittita Tarhunt, “il conquistatore”.
Le monete di Pixodaros (340-334) lo rappresentano umanizzato secondo i canoni ellenistici: veste un lungo chitone e un himation drappeggiato, avanza con la labrys sulla spalla destra e la lancia tenuta con la punta in basso nella sinistra. 
Viceversa, un bronzetto e monete più tarde ce ne danno un’immagine assai più vicina allo xoanon primitivo: il dio ha bipenne, lancia, polos, un pettorale con organi avventizi disposti a triangolo sopra la veste, il tronco e le gambe avvolti in una guaina tenuta aderente da una sorta di rete.
Anche l’Artemis efesia porta, ben più enfatizzato, il medesimo pettorale. Se si trattasse di seni posticci, l’attributo femminile dato a un dio maschio, per quanto raro e tardivo, confermerebbe il suo sovrapporsi a una più antica divinità femminile.

Anche l’immagine più nota della potente Artemis di Efeso è tarda.
Fatto quanto mai significativo per lo scarto tra le idee che abbiamo della statuaria greca del periodo aureo e la realtà dell’imagerie devota, le sue straordinarie caratteristiche riguardano il paramento liturgico sovrapposto alla veste, il cui bordo sfiora i piedi della figura.
La cosa più impressionante e ambigua sta nel pettorale: seni posticci e polimastia? Sacche/borse di pelle di capra? Testicoli bovini fissati sopra la statua dopo il sacrificio degli animali? Uova di api?
Le interpretazioni variano, pur ribadendo il concetto arcaico in base al quale i simboli disseminati sul paramento, sul collo, sul copricapo esprimono e rinnovano il potere della dea in un transfer che li riporta alla natura.
In Grecia Artemis mai si accompagna a un paredro ed è una casta vergine, ma proprio il mito di Atteone allude a uno degli aspetti sinistri della dea, connesso alla sua qualità prima di donatrice di morte e perciò di salvatrice dalla morte, forse il tratto che meglio giustifica la sua assimilazione all’Efesia, una potnia theron che domina la natura e gli animali. E’ la frigia Cibele? Un’altra divinità femminile dell’area semitica occidentale? E’ la dea minoica della fecondità?

Se il singolare attributo presente sull’Efesia e sul bronzetto di Zeus Labrandeus implicca la sovrapposizione di quest’ultimo a una dea primordiale, la doppia ascia cretese e la doppia ascia caria simboleggiano in modo diverso la potenza della divinità e testimoniano eloquentemente la parentela tra Cari e Cretesi.
In Caria la labrys non è lo strumento del sacrificio (è raro, infatti, che la divinità sia raffigurata con lo strumento del sacrificio), piuttosto l’emblema antichissimo del dio del cielo che scaglia la folgore: la portava la divinità ittita del cielo e la porta un suo discendente come Iuppiter Dolichenus.
A Creta la doppia ascia non figura nelle mani del dio maschio ma accompagna la dea. In Asia Minore e nei territori limitrofi è invece un attributo quasi costante di Zeus, che peraltro è strettamente imparentato allo Zeus di Creta: lo si fa nascere ora a Creta, ora in Caria, così come un’altra tradizione fa passare i Cureti cretesi in Caria con i nomi di Labraundos, Panamaros, Spalaxos che corrispondono ai 3 grandi centri religiosi della regione (Mylasa, Stratonicea, Aphrodisias).

Modificandosi il culto della Terra Madre, sostituito da quello di Zeus e di altre divinità, si modifica anche il luogo di culto e del Labirinto non resta che la memoria. Si potrà pensare che il Labirinto fosse un luogo sacro al quale si portava un tributo. Il mito più antico lo fa antro, grotta scavata per occultare un mostro, spelonca oscura, tant’è che, secondo le tradizioni, Teseo per entrarvi ha bisogno della corona luminosa e del filo di Arianna. Diviene infine il percorso difficile per eccellenza e questa idea sopraffà qualsiasi altra.

Informazionimostra tutte

Orari:

Da martedì a domenica: 9.30-17.00. Chiusura biglietteria 16.30.
Chiuso il lunedì; chiuso 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre.

Costo biglietto:

Intero € 6,00; ridotto € 3,00 (da 18 ai 25 anni); gratuito sotto i 18 anni

Servizi al pubblico:

Sala per conferenze e convegni, accessi facilitati. Per la visita di gruppi e scolaresche è consigliata la prenotazione allo 0532 244949