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L'identità nella ritualità

L'identità nella ritualità

SALA 3

Bamboline, melagrane, sfere dai corredi funerari come indicatori della dimensione della fertilità e delle fasi ritualizzate della vita della donna dall’infanzia alla maternità.

Al momento della morte di un bambino, il “codice” di seppellimento della comunità non può bastare più alla gestione di un lutto, dunque i giochi e alcuni elementi cultuali inseriti nel corredo sanno veicolare con maggiore forza la drammaticità della scomparsa del defunto oltre che rafforzare la sua identità. Ecco l’antenato delle bambole moderne. Le bambole antiche apparentemente non sembrano poi così lontane dalle bambole con cui giocano le bambine del giorno d’oggi. In realtà sono oggetti che racchiudono un insieme di valori piuttosto complessi che toccano la sfera della femminilità, della fecondità e dei riti di passaggio prenuziali. Un esempio ne è proprio la bambolina con polos (alto copricapo) (11) ad arti snodabili (qui andati perduti) della Tomba 1024 di Valle Trebba (300-275 a.C.) . L’origine di questa classe di materiali va collocata attorno al 700 a.C. in Beozia, dove appaiono le prime bamboline dai caratteri rozzi e dove sono enfatizzati gli attributi sessuali.

Ma questo oggetto posto in una tomba, possiede una funzione di gioco o piuttosto di oggetto votivo? Proprio il tipo di bambola snodata suggerisce che il modello era concepito essenzialmente come gioco, ma la presenza del polos, come nella nostra protome fittile, allude all’identità divina del soggetto rappresentato, forse assimilabile con la stessa Kore o comunque con una divinità legata alla sfera rituale della fertilità. Il momento della pubertà era fortemente ritualizzato e la dedicazione di questi giocattoli alla divinità poteva segnare il passaggio dall’infanzia all’età del matrimonio.

Ed è proprio al matrimonio che fanno riferimento le melagrane  poste all’interno dei corredi, di cui nella vetrina troviamo due esemplari (27) (28) delle Tombe 910 di Valle Trebba e 129 di Valle Pega (fine V e inizi III sec. a.C.). Ancora Persefone è al centro della simbologia evocata da questi frutti che nella storia delle religioni sono un elemento ricorrente: da attributo della dea fenicia Astarte a elemento costante in alcune iconografie della Madonna, come nella celebre tavola del Botticelli o nella statua del Santuario della Madonna del Granato. Nell’Inno omerico a Demetra, quando la madre riabbraccia la figlia, come prima cosa le chiede se nel Regno dei Morti ha mangiato qualcosa e Persefone riferisce che Aidone, contro il suo volere (lei dice) le ha fatto assaggiare un chicco di melagrana. Ecco il frutto che sancisce per sempre l’appartenenza della giovane dea al dio che regna sul popolo più numeroso, quello dei morti. Questa abbondanza è ben esemplificata dai semi della melagrana e dal loro color “sangue”, che richiama le energie vitali perdute dopo la morte. Analogamente ad altri oggetti spesso presenti nei corredi di Spina, quali sfere (31-33) o riproduzioni di uova (nell’ideologia funeraria l’uovo è un richiamo alla rinascita), la melagrana può assumere una connotazione salvifica, relativa cioè a quelle forme di culto che, attraverso rituali di morte-rinascita e di purificazione (Misteri Eleusini, dionisismo, dottrine orfiche), assicurano all’iniziato un destino di beatitudine dopo la morte. 

In alto: Madonna del Granato a Capaccio

 Eleonora Poltronieri

 

BIBLIOGRAFIA

DESANTIS P., Statuette votive, in F.Berti (a cura di), La coroplastica di Spina. Immagini di culto. Catalogo della mostra. Ferrara 12-24 settembre 1987, Ferrara 1987, pp.13-36

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MALNATI L., Le istituzioni politiche e religiose a Spina e nell’Etruria padana, in Spina. Storia di una città fra greci ed etruschi, Ferrara-Castello Estense 26 settembre 1993 – 15 maggio 1994, Ferrara 1993, pp.145-77

MUGGIA A., Impronte nella sabbia. Tombe infantili e di adolescenti dalla necropoli di Valle Trebba a Spina (Quaderni di Archeologia dell’Emilia Romagna 9), Firenze 2004