Italiano English

Introduzione alla visita

L'abitato di Spina

Abitato 3

Spina rappresenta il principale approdo nell'alto Adriatico tra tardo arcaismo ed età ellenistica, e costituisce uno dei cardini della presenza etrusca in Italia settentrionale. Nel corso del VI secolo a.C. in tutta l'Etruria padana si assiste all'importante fenomeno della strutturazione urbana delle città, con la riorganizzazione di Felsina-Bologna, l'occupazione e lo sfruttamento agricolo di ampi territori di pianura e la fondazione di nuovi centri in posizioni nevralgiche come Marzabotto, Mantova e appunto Spina. La funzione di quest'ultima è legata essenzialmente alla sua collocazione geografica: Spina si configura infatti come testa di ponte del traffico commerciale etrusco nell'Adriatico e vettore di penetrazione di merci nella Valle Padana verso l'Etruria tirrenica e l'Europa del Nord.

Le origini

La scelta del sito, uno o più isolotti posti esattamente al crocevia tra il Po, il Reno e l'Adriatico, è certamente stata la conseguenza di una valutazione di oculata strategia economica e territoriale.
L'etrusca disciplina regolava infatti anche la fondazione delle città, le cui prescrizioni erano contenute nei libri rituales: la fondazione è la riproposizione in terra di una visione cosmogonica che prevede l'organizzazione dello spazio in regioni ordinate sui punti cardinali cui sovrintende l'àugure, figura politico-religiosa preposta alla delimitazione degli spazi del templum.
Al contempo gli Etruschi accolgono i dettami dell'urbanistica greca, intesa come scienza della pianificazione dello spazio cittadino ed agrario, che ha trovato numerose applicazioni e sviluppi nelle colonie della Magna Grecia e della Sicilia. Qui i Greci attuano quel processo pianificato e ordinato dell'occupazione di nuovi spazio per gestirli in futuro in maniera autonoma e continua.
La fondazione di Spina è collocabile sulla base dei dati archeologici disponibili attorno al 540 a.C.: come per Marzabotto si può parlare di ktìsis (= fondazione), termine greco con cui si intende l'impianto di un complesso urbano progettato e insediato ex novo.

Il sito

Il sito della città si trovava in età classica a 3 km ½ (20 stadi secondo il Periplo di Scilace) dalla foce del Padus Vetus (il Po antico).
Il nucleo principale sorgeva su una duna allungata di forma grossomodo triangolare alla confluenza tra due paleoalvei, l'antico corso del Po (lo Spinete) a est e un ramo minore a sud, ed era delimitata da terrapieni costituiti da palificate formate da file di tronchi infissi verticalmente collegate da travi orizzontali, rinvenute in alcuni settori di scavo ma probabilmente estese a tutto il perimetro.
La nascita della città venne preceduta dalla bonifica del terreno mediante riporti d'argilla su uno o più strati di canne, fascine, rami e cortecce.
Il lato orientale della città fiancheggiava l'antico corso del Po per circa 600 m con andamento irregolare ed era delimitato da una ripida scarpata, la sponda destra dell'antico alveo fluviale, rinforzata da una robusta palificata di pali e tronchi rinforzata con fascine e materiale fittile costipato.
Il lato occidentale era marcato da un argine rettilineo lungo circa 400 m che all'estremità nord si ricongiungeva all'argine padano a formare un angolo acuto. Anche questo lato era rinforzato da una palificata larga circa 10 m, costituita da numerose file di pali sottili infitti nel terreno in filari paralleli.
L'estensione dell'impianto descritto è stimata in circa 6 ettari, tuttavia altri quartieri segnalati da sondaggi e ricognizioni nelle vicinanze farebbero pensare ad un abitato organizzato su più isole. La propaggine più settentrionale al momento sembra essere costituita dai dossi della Cavallara sulla sponda sinistra del Po antico, mentre altre evidenze, soprattutto di età ellenistica, sono state attestate sulla sponda destra sulla punta del Montirone e nelle immediate vicinanze del dosso principale e est e a ovest.
Abitato 7

Case e abitanti

All'interno della palizzata si articola l'impianto urbanistico: le case erano realizzate in materiale deperibile (legno, paglia), con palificate di fondazione, alzato e strutture lignee intonacati e copertura leggera. Gli scavi condotti tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 del secolo scorso hanno messo in luce all'estremità orientale un edificio di almeno 80 mq a pianta rettangolare, articolato in diversi ambienti, con coperture sostenute da grosse travi impostate su un assito di fondazione e pavimento in terra battuta.
I perimetri delle case erano definiti da file di pali infitti nel terreno e l'elevato era deperibile: si ipotizza l'utilizzo della tecnica dell'opus craticium, ovvero un rivestimento di argilla applicato su un'intelaiatura lignea riempita di incannucciato per le pareti portanti, mentre i tramezzi interni potevano essere realizzati anche con tavole lignee infisse direttamente nel terreno.
I tetti, realizzati con materiali leggeri, potevano essere ulteriormente strutturati, come suggerisce la presenza di laterizi di copertura.
I pavimenti in terra battuta erano talora impostati su fascine con funzioni di drenaggio; raro è l'utilizzo di assiti lignei. Sui pavimenti sono stati rinvenuti numerosi focolari, solitamente posizionati in un angolo dell'abitazione.

La vita domestica

All'interno delle case, articolate anche in più ambienti a diversa destinazione, si svolgevano le attività quotidiane. Prerogativa femminile sono le attività di filatura e tessitura, testimoniate conocchie e fusi, fusaiole, rocchetti, pesi da telaio.
La conocchia è un'asta con rigonfiamento centrale di lunghezza variabile tra i 30 (tipo a mano) e i 125 cm (tipo a braccio), con margini espansi, su cui si arrotolava la lana grezza; il fuso, costituito da un fusto con un'estremità assottigliata, è lo strumento al quale si fissava il filo che usciva dalla conocchia; alla base veniva applicata una fusaiola come contrappeso per facilitare il movimento rotatorio che aveva come esito la produzione di un filo sottile ed uniforme, che veniva avvolto ai rocchetti.
La tessitura dei fili così ottenuti avveniva al telaio verticale, composto da un rullo trasversale sorretto da due montanti al quale venivano fissati i fili dell'ordito, separati e mantenuti in tensione da pesi chiamati appunto da telaio.
Tra le attività domestiche quella principale era naturalmente la preparazione del cibo, che avveniva nella parte della casa articolata attorno al focolare. Il fuoco si accendeva su pietre ravvicinate, su cui si mettevano olle con coperchi per la cottura dei cibi.
La conservazione degli alimenti aveva invece sede in ambienti separati. In contesti di pianura sono attestate delle "dispense" parzialmente interrate all'interno delle abitazioni, soluzione non compatibile con le caratteristiche geomorfologiche di Spina.

Le attività produttive

Il vasellame di produzione locale rinvenuto nell'abitato e anche nei corredi funerari rientra nel repertorio da cucina e da mensa caratteristico anche dei siti coevi.
Alcune forme, chiuse, sono funzionali alla conservazione e alla cottura di cibi solidi e alla mescita di liquidi, altre, aperte rappresentano il servizio da tavola, e vengono impiegate anche nella preparazione di alcuni cibi.
I vasi vengono prodotti con diversi "impasti" ceramici anche in ragione della funzione che la forma finita andrà a svolgere: quelli destinati a conservare e a cuocere le pietanze con l'azione diretta del fuoco sono in ceramica grezza, in cui l'argilla è meno depurata e trattata con agenti degrassanti che ne diminuiscono la plasticità ma ne aumentano la resistenza. Forme canoniche per questa classe sono i doli, grandi contenitori utilizzati per l'immagazzinamento delle derrate alimentari, e le olle, pentole-contenitori di dimensioni più piccole. Anche brocche, ciotole e mortai potevano essere realizzati in ceramica grezza, tuttavia il vasellame da mensa veniva prodotto preferibilmente in classi definite "fini": in particolare venivano realizzati prodotti in ceramica depurata di colore rosa-arancio, eventualmente trattata con ingubbiatura impermeabilizzante per le superfici o con decorazioni a bande o a rivestimento completo di colore rosso-bruno, tipiche delle produzioni etrusco padane dalla fine del VI al III secolo a.C. Un'altra classe particolarmente presente a Spina è la ceramica grigia, in cui la pasta sottoposta al medesimo trattamento di raffinazione viene cotta in ambiente parzialmente riducente (= privo di ossigeno) per ottenere una colorazione differente, che richiama probabilmente il bucchero arcaico e i metalli. Anche la ceramica grigia poteva venire impermeabilizzata ed eventualmente decorata: in questo caso i colori sono nei toni del grigio-nero.
La produzione di bucchero locale, versione più scadente della pregiata produzione ceramica di colore nero caratteristica del mondo etrusco, occupa la fase più antica dell'abitato.
Tra le attività artigianali della città di Spina la meglio documentata è la manifattura ceramica. La lavorazione, preceduta dalla preparazione della materia prima, l'argilla (lavaggio, decantazione ed eventuale aggiunta di degrassanti) per giungere alla modellazione del vaso sul tornio lento (= a mano libera), all'essiccazione, a eventuali trattamenti tecnici o decorativi preliminari e infine alla cottura. Numerosi sono gli scarti di lavorazione, prodotti non finiti oppure finiti ma con evidenti difetti di cottura (deformazione del corpo, vetrificazione della ceramica, alterazioni dei rivestimenti): i rinvenimenti più cospicui a Spina si datano all'età ellenistica e provengono da un'area esterna a quello che si ritiene essere il perimetro urbano, forse anche con intento precauzionale rispetto al pericolo di incendi. Da qui l'ipotesi di veri e propri quartieri artigianali, in cui vengono concentrate le attività precedentemente svolte in ambito domestico ad utenza personale.
Si ritiene che questi atelier di produzione di vasellame fine e da fuoco dovessero disporre di più fornaci, che la suddivisione dei compiti prevedesse la collaborazione di più persone (almeno 6) e che ci fosse un controllo o una seriazione del lavoro, cui forse alludono i graffiti a croce frequentemente attestati sui fondi dei vasi. Dalle fonti disponibili per l'Atene del V secolo a.C. risulta evidente l'impiego di ceti inferiori della popolazione e di schiavi come manovalanza.

Commercio e scambi

I prodotti finiti trovano luogo di commercio in botteghe o su strada, e non è da escludere la presenza di case-bottega come attestato per Marzabotto.
A precisare la destinazione artigianale di alcune aree sono, oltre alle evidenze del terreno, come la rubefazione (= arrossamento), i materiali organici carbonizzati e gli elementi strutturali riferibili alle fornaci, alcuni oggetti ceramici legati alle attività produttive, i distanziatori da fornace.
Oltre ad un loro impiego come separatori dei vasi durante la cottura in fornace si pensa anche che potessero sostenere il piano forato che separa la camera di cottura da quella di combustione, fungendo da frangifiamme e facilitando l'omogenea distribuzione del calore nella camera di cottura. Gli esemplari più alti dovevano fungere da supporto per i vasi di grandi dimensioni che venivano cotti capovolti.
Probabilmente la funzione di questi oggetti variava a seconda del contesto in cui venivano impiegati: in presenza di un piano forato che isolasse la camera di cottura venivano usati per distanziare tra di loro i vasi, quando invece si cuoceva a diretto contatto con il combustibile potevano sostenere il vasellame per isolarlo dal fuoco. In entrambi i casi i fori praticati lungo le pareti del tipo tubolare garantivano una migliore diffusione e circolazione del calore.
Abitato 5

Fin dalla prima fase è attestata a Spina la presenza di ceramica greca di elevata qualità e di anfore vinarie. Corinto, dopo i Focei e forse gli Euboici, è uno dei primi interlocutori commerciali nella ripresa dei contatti col mondo greco attraverso l'Adriatico. A seguire arrivano gli Egineti, mentre nel pieno V secolo prevale il commercio attico.
Le esportazioni consistono probabilmente in materie prime, cereali e in particolare il grano convogliato a Spina dall'Etruria padana, che secondo alcuni studiosi si configura tra V e IV secolo a.C. come "granaio dell'Attica", in sostituzione dei canali commerciali egizi e sicelioti preclusi ad Atene dalle vicende storiche e politiche dell'epoca.
Altri prodotti della pianura erano destinati ai mercati greci: bronzi lavorati etruschi, metalli grezzi, legname, sale, carne, soprattutto suina. È probabile che trovassero spazio sul mercato anche prodotti locali, come le anguille del delta e lo storione del Po.
Oltre alle esportazioni rivolte verso la Grecia bisogna considerare anche la redistribuzione delle merci verso l'entroterra: le vie d'acqua naturali e i canali, frutto dell'ingegneria idraulica in cui gli Etruschi erano maestri, consentono a Spina di traslare le importazioni greche a Bologna, in misura minore a Marzabotto, in Emilia occidentale, a Mantova, in Veneto, Lombardia, fino a raggiungere l'Europa occidentale (valli del Rodano, Reno e Danubio) e le regioni danubiani orientali.
A essere veicolato verso questi territori è soprattutto il vino, sia dentro il contenitore originale (l'anfora) sia travasato entro otri o botti. Assieme al prodotto primario raggiungono questi territori anche gli apparati del banchetto (vasellame, bronzi, arredi).
La redistribuzione del vino è invece molto minore verso la pianura emiliana a sud del Po, la quale era probabilmente in grado di soddisfare autonomamente la richiesta locale.
In cambio del vino gli Etruschi importavano dal Nord materiali preziosi come oro, argento, stagno, ambra.

Prosegui la visita

Informazionimostra tutte

Orari:

Da martedì a domenica: 9.30-17.00. Chiusura biglietteria 16.30.
Chiuso il lunedì; chiuso 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre.
Aperto Pasqua e Lunedì dell'Angelo 2017. Chiuso martedì 18 aprile 2017

Costo biglietto:

Intero € 6,00; ridotto € 3,00 (da 18 ai 25 anni); gratuito sotto i 18 anni

Servizi al pubblico:

Sala per conferenze e convegni, accessi facilitati. Per la visita di gruppi e scolaresche è consigliata la prenotazione allo 0532 244949